CENNI STORICI DELLA
VEN. CHIESA DI S. VITTORE
Don Secondo
Nisini (1931). (Testo
conservato nell’archvio parrocchiale).
La Ven. chiesa
di S. Vittore Martire, eretta nel punto centrale e più elevato del
paese, anticamente chiamato Valeriano, quantunque priva di precise
notizie storiche, in base alle quali stabilire l’epoca della sua
origine, pur tuttavia, si può con sicurezza affermare, che essa,
contrariamente a quanto si è sino ad oggi creduto, venne costruita
vari secoli avanti al 1500.
Una pittura a
guazzo, che trovavasi sullo sfondo del muro a Cornu Evangelii, dov’è
presentemente il confessionale, che si diceva opera del primo
ottocento: la forma degli altari laterali in numero di dodici, tutti
scavati nel muro, aventi lo spessore d’un metro, e non più di un metro
e venticinque centimetri di lunghezza: una memoria che trovasi nei
libri delle decisioni consigliari, relativa alla costruzione del nuovo
battistero (l’attuale) eseguita nel 1450, del seguente tenore:
Cum
vasculum lapidem ex quo baptizantur parvuli in Ecclesia S. Victoris
Martyris sit vetustate undequaque corrusum, novum faciendum est et cum
faciendum sit, sit bene lavoratum etc.,
confermano chiaramente la remota antichità della Chiesa.
Il fatto che la
vasca di pietra, era per la sua vetustà tutta corrosa <<undequaque
corrusum>> indica in modo indubbio, che per ridursi in tale stato,
dovevano essere decorsi, dalla sua costruzione, alquanti secoli.
La chiesa presentemente è priva di facciata, ma
all’origine l’aveva ed era dalla parte occidentale, con un’unica porta
d’ingresso. Verso la fine del secolo XIV, per aggiungere alla chiesa
qualche metro di lunghezza e costruire un’angusta residenza al
Parroco, la facciata fu demolita.
La nuova porta
d’ingresso fu aperta dalla parte di mezzogiorno, e precisamente nel
muro aggiunto, ciò che avvenne nel 1497, come rilevasi dall’iscrizione
incisa sull’architrave della porta.
Tale
trasformazione e tutte le successive innovazioni vennero a togliere
alla chiesa la sua primitiva struttura. E furono tali e tante le
innovazioni in essa operate, da indurre l’Ordinario a dichiarare la
Chiesa come non più consacrata, sopprimendone la commemorazione
dell’anniversario, che cadeva il 4 ottobre.
Il disegno della
chiesa non appartiene ad alcun ordine architettonico, avendo tutte le
pareti liscie. E’ in forma rettangolare. Come si è detto, lungo le
pareti laterlai erano 12 piccoli altari scavati nel muro e disposti
senza alcuna simmetria. Ogni altare aveva una pittura in affresco od a
guazzo.
Furono tutti
demoliti in seguito ad un decreto del Vescovo Diocesano Lanucci in
data 31 maggio 1759. In loro sostituzione furono eretti i 4 attuali, a
spese dei rispettivi Patroni.
Oltre i dodici
altari laterali, eravi anche l’Altare Maggiore di cui s’ignora la
forma. Egli è certo però che non era stabile, come si apprende dal
processo verbale d’una Congragazione della Ven. Confraternita del SS.
Sacramento in data 4 Luglio 1762. E fu verso il 1771 che detta
Confraternita, provvide ad erigere quello attuale, tutto in marmo.
La chiesa non
aveva finestra, ma delle piccole aperture a forma di feritoie. La luce
entrava nel tempio attraverso due grandi finestroni di forma rotonda,
uno situato al di sopra della Tribuna e l’altro sopra la porta
d’ingresso.
Demolita, come si
è detto, per il prolungamento della chiesa, l’entrata dalla parte di
occidente e conseguentemente chiuso il sovrastante finestrone, la
chiesa rimaneva poveramente illuminata, ciò che indusse il nominato
Mons. Lanucci ad ordinare, con lo stesso decreto del 31 maggio 1759,
di ingrandire le feritoie, dandole la forma di vere finestre.
Purtroppo
l’ingrandimento venne eseguito tutt’altro che a seconda delle più
elementari regole d’arte, essendo le finestre diverse le une dalle
altre, sia nella forma, che nella grandezza, distanza ecc.
La primitiva forma
dell’esterno della chiesa può osservarsi nel Trittico, che si conserva
nella Chiesa Collegiata di S. Andrea Apostolo, pregevole lavoro del
pittore Carlo da Viterbo, eseguito nell’anno 1478. In esso sono
dipinti le immagini di Maria SS. Assunta in Cielo, di S. Andrea Ap. e
di S. Vittore Martire, il quale regge in mano il paese, alla cui
sommintà spicca ben chiaramente la chiesa, avente la porta d’ingresso
dalla parte occidentale, con sopra il finestrone di forma rotonda
(attualmente il Trittico è conservato nel museo diocesano di Orte,
ndr).
Il soffitto è a
lacunari in numero di 116, di forma ottagonale, adorni in fondo di
fiore stilizzato a rilievo e dipinto in azzurro cupo. Al centro vi è
un grande quadrato con in mezzo, a rilievo, un bel giglio coronato,
che rappresenta lo stemma del Comune. Sino al 1864 al posto del
giglio, eravi una pittura a guazzo rappresentante il S. Patrono.
La costruzione del
soffitto fu ordinata dalla stesso Mons. Lanucci, con il più volte
ricordato decreto del 31 maggio 1759, così formulato: Avendo
una particolare dovozione al glorioso S. Vittore M. insigne protettore
di questa terra, desideriamo il decoro della sua chiesa con farsi il
soffitto e le finestre ad uso moderno per renderla luminosa.
Il soffitto fu
costruito dal falegname Mastro Domenico Ercole di Viterbo nell’anno
1762 e le decorazioni furono eseguite da un pittore di cui s’ignora il
nome. La spesa per la sua costruzione, decorazione ecc. fu di scudi
397, che venne pagata dalla Confraternita del SS. Sacramento.
Il soffitto
finemente lavorato, è servito di modello a quello della sala del
Mappamondo nel Palazzo Venezia di Roma.
La torre
campanaria di forma quadrata alta metri 27,50 di ottimo gusto, sebbene
antichissima, è di epoca molto posteriore alla chiesa, avendo
l’architetto usufruito nella costruzione delle preesistenti mura della
chiesa, come ben chiaramente rilevasi dall’interno della torre stessa,
osservando lo squarcio che mostrano gli angoli del nuovo e vecchio
muro.
La torre è
composta di tre piani, aventi ognuno quattro grandi finestrali.
All’origine ne aveva ancora un quarto sormontato da svelta piramide,
l’una e l’altro demoliti nel 1604, perché la torre sin dal 1569
minacciava cadere.
Sulla parte
prospiciente il mezzogiorno, v’è una piccola pietra con sopra incisavi
un’epigrafe, che sino ad oggi non è stata decifrata, neppure da
valenti archeologi. Anche al concittadino Francesco Orioli, che fu
archeologo insigne, non fu possibile interpretare.
Il coro tutto di
noce ad un solo stallo, disposto a semicerchio attorno all’Altare
maggiore lungo la linea segnata dal Cappellone, fu costruito nel 1751.
Il preesistente era tutto di travertino, che certamente per la durata
avrebbe sfidata l’opera deleteria del tempo, se varie considerazioni,
tra cui quella d’igiene, non avessero indotto gli amministratori della
Conf. del SS. Sacramento, a rimuoverlo.
L’organo di suono
dolcissimo, fu costruito nel 1750 dall’organaro Lorenzo Alani di Roma,
in sostituzione del precedente, che per la sua lunga antichità era
ridotto in pessimo stato, da non permettere riparazioni di sorta. La
mostra dell’organo, piccola di mole, ma graziosissima nella semplicità
della forma, rimonta ad epoca remotissima. L’organo, come la cantoria,
furono costruiti a spese della Confraternita del SS. Sacramento.
Nel 1853, in
occasione della S. Visita Mons. Agostino Mengacci, Vescovo diocesano,
espresse il parere ed il desiderio di consacrare nuovamente la chiesa.
Dopo sormontate alcune difficoltà con l’autorità Comunale, Patrona
della chiesa, il 21 agosto di detto anno, ebbe luogo la cerimonia
della dedica sia del Tempio che dell’Altare Maggiore, ove in tubi di
stagno furono collocate le reliquie dei Santi e la seguente scrittura:
ANNO MDCCCLIII DIE XXI MENSIS AUGUSTI.
Ego Mathias Augustinus Mengacci
Vadensis Episcopus Civitatis Castellanae Hortanae et Gallesinae
consecravi Ecclesiam et Altare hoc in honorem S. Victoris M. et
reliquias Sanctorum Joachim Patris B.M.V., Joannis Baptistae Proe.ris
D.ni, Andreae Ap., Victoris, Sebastiani, Felicis Martyrum, nec non S.
Vincentii Ferreri Confessoris in eo inclusi et singulis Christi
fidelibus hodie annum unum et in die anniversario consecrationis
hujusmodi ipsam visitantibus quadraginta dies de vera indulgentia in
forma Ecclesiae consueta concessi.
L’avvenuta
consacrazione è ricordata da un’epigrafe incisa sul marmo, posta al di
sotto della Cantoria, così concepita:
DEO MAGNO
AETERNO
QUOD EJUS FAVENTE
NUMINE
MATHIAS
AUGUSTINUS MENGACCI
DOMO VADENSIS
ECCLESIARUM
FASCENNINAE HORTANAE GALESINAE
ANTISTES
ECCLESIAM DIVO
VICOTORI M. DICTAM
XII KAL.
SEPTEMBRIS
ANNO MDCCCLIII
CONSECRAVERIT
ILLAMQUE IN
ANNIVERSARIO VISITANTIBUS
DIES XL DE VERA
INDULGENTIA
CONCESSERIT
POPULUS
PATRONO SUO
MONUMENTUM
FACIENDUM CURAVIT
Gli affreschi
dell’abside, in verità di poco pregio, raffiguranti l’incoronazione di
Maria SS. Ma, i quattro evangelisti e i XII apostoli, erano stati
ricoperti di intonaco. E fu tra il 1859 e il 1860 che vennero
casualmente scoperti nel forar che si fece il muro con un chiodo,
allorquando s’innalzava l’altare per la novena di S. Giuseppe, la di
cui festa si celebra con grande solennità.
Tolto, ma con poca
abilità, l’intonaco, apparendo le pitture molto deteriorate,
s’imponeva la necessità di farle restaurare. E siccome anche la chiesa
aveva urgente bisogno di riparazioni, essendo le pareti, gli altari
tutti malandati e il soffitto annerito dal fumo, la deputazione della
festa del Patrono nell’anno 1865, col consenso dell’Autorità
Ecclesiastica e Comunale, assunse l’onere di far eseguire in detto
anno i restauri necessari, affidandone l’incarico ad un tal Angelo
Barilatti Bolognese residente a Narni, il quale nel modo addirittura
antiartistico cui eseguì i lavori, non concorse davvero a dare alla
chiesa maggior pregio e decoro.
Intanto con il
decorrere degli anni, per la poca cura di chi ne aveva la direzione
(noncuranza questa in gran parte dipesa dal fatto che i Parroci,
sempre con il titolo di Economi, ne occupavano il posto per brevissimo
tempo, succedendosi gli uni agli altri con una frequenza addirittura
incredibile, tanto che nel corso di un trentennio se ne contavano una
dozzina), la chiesa andava giornalmente sempre più rovinando, da
ridursi in uno stato del tutto indecente per il culto divino, ciò che
indusse il compianto Mons. Giacomo Ales. Ghezzi, Vescovo Diocesano,
nella visita Pastorale tenuta nel settembre 1916, ad ordinare i
restauri, da eseguirsi nel più breve tempo possibile.
Ma dove trovare i
fondi necessari? Egli è vero, che essendo la chiesa di Jus Patronatus
del Comune, a questo e non ad altri apparteneva l’obbligo di
restaurarla. Ma purtroppo le sue magre finanze, né allora, né in
seguito, gli avrebbero mai permesso di sostenere la spesa, tutt’altro
che indifferente.
Non restava quindi
che rivolgersi alla carità dei fedeli. Ma terribile infieriva allora
la guerra Europea. Tutte le famiglie trepidavano per la sorte dei loro
cari chiamati sui campi di battaglia alla difesa della Patria. Non era
quello davvero il momento più opportuno per invocare da essi l’obolo
della Carità Cristiana.
Ma come Dio volle,
cessò la guerra immane e fortunatamente con la vittoria degli Eserciti
Alleati. Tornarono i soldati dal fronte, era quindi giunto il momento
di richiamare l’attenzione dei fedeli sullo stato miserando cui era
ridotta la Chiesa del S. Patrono, e conseguentemente la necessità di
provvedere a restaurarla. E fu nel settembre del 1920, che chi scrive
queste brevi note, decise di aprire una pubblica sottoscrizione,che
diede un'ottimo ed insperato risultato specialmente per le cospicue
offerte delle primarie famiglie del paese.
I lavori di
restauro riguardanti le stuccature, come le decorazioni, furono
affidate al Prof. Ercole Aloysi distinto pittore Romano, che iniziati
nella seconda quindicina di gennaio 1921, li condusse felicemente a
termine nel mese di novembre dello stesso anno.
L’Aloysi ritoccò
in modo veramente ammirabile il soffitto, facendovi scomparire quell’ammasso
di vivaci colori buttàtivi sopra senza alcun criterio artistico dal
Bolognese Barilatti, ridonandogli così quel primitivo aspetto
d’antichità che aveva perduto.
Il pavimento tutto
di marmette di cemento, fu eseguito dalla Ditta Giacomo Barelli di
Viterbo. I gradini di marmo della Balaustra, in sostituzione dei
precedenti di peperino furono lavorati e messi in opera dal marmista
Luigi Paccosi parimenti di Viterbo.
La porta della
sagrestia, che prima dei restauri trovavasi al di fuori della
Balaustra, è stata aperta nel punto attuale, per rendere più facile al
Clero l’accesso all’altare maggiore.
Durante i lavori
di restauro, fu ventilata l’idea di erigere una cappella a forma di
grotta in onore della madonna di Lourdes, dedicandola alla memoria dei
soldati Valleranesi caduti in guerra. L’idea era troppo bella, perché
dovesse essere scartata. La ristrettezza però della chiesa, ne
impediva purtroppo l’attuazione. Dopo lungo riflettere si pensò di
usufruire parte del locale della vecchia sagrestia, sottostante alla
Casa canonica. Espostone il progetto a Mons. Goffredo Zaccherini
vescovo d’allora, ed avutone il permesso, in breve volgere di tempo la
Cappella era un fatto compiuto.
Il lavoro eseguito
dallo stesso Prof. Aloysi è riuscito a meraviglia. E’ una piccola
riproduzione della grotta, ove la Bianca Regina dei Pirenei, apparve
alla piccola Bernardetta.
Le oscure pareti,
chiazzate di verde, la disposizione dei sassi a forma di stalattite
attorno ed alla base della grotta, l’acqua che scaturisce ai piedi
della statua della madonna, il tutto illuminato da una tenue luce
penetrante da una feritoia dal lato nord, dà al visitatore una soave
mistica impressione, che lo induce ad innalzare alla Vergine una
fervida preghiera.
La cappella fu
solennemente inaugurata l’11 febbraio 1922, giorno commemorativo della
prima apparizione della Vergine Immacolata.
Nel febbraio 1924,
sopra la porticina che immette nella cappella, fu applicata una lastra
di marmo con incisavi sopra la seguente epigrafe:
CIVIBUS NOSTRI
RECENTI BELLO PRO
PATRIA INTEREMPTIS
DIVINAE
CLEMENTIAE ET COMUNI PIETATI COMMENDANDIS
ANNO 1924
D’allora in poi
ogni anno nella seconda domenica di febbraio, si celebra con grande
solennità la festa della Madonna di Lourdes. E’ sempre preceduta da un
Triduo predicato ed il giorno della festa vi è la Commemorazione
Generale in suffragio dei cittadini caduti in guerra.
Nle 1° e 2°
venerdì d’ogni mese, nella cappella si celebra la Santa Messa per i
medesimi caduti, conforme la pia fondazione eretta dalle loro famiglie
in data 12 ottobre 1923.
Delle varie
pitture ad olio, che è dato osservare nei singoli altari, degna di
nota è quella dell’altare Maggiore, rappresentante Maria SS.ma con il
Bambino, il Patrono S. Vittore Martire, e il comprotettore S.
Sebastiano Martire.
La pittura fu
eseguita in Ronciglione dal pittore Francesco Ricci. La spesa pagata
dalla Conf. del SS. Sacramento per tale lavoro, fu di scudi 32,90,
compresovi il costo del telaio ed il compenso corrisposto a sei uomini
per portare il quadro da Ronciglione a Vallerano.
Meritevole ancora
d’essere ricordata è la pittura che trovasi nel primo altare a destra
vicino alla porta maggiore. Vi sono raffigurati in alto, la Vergina
SS.ma che regge tra le braccia il S. Bambino, in basso a sinistra è
l’immagine di S. Andrea con la caratteristica croce, a destra S.
Gregorio Magno presso cui vola la mistica colomba e S. Nicola da Bari
che indica la Vergine a S. Lucia. A destra in basso, il quadro porta
la firma dell’autore e la data: Io: Franc.us Vandius Inv-: Ann: 1647.
E’ lo stesso Vandi di Siena che arricchì dei suoi pregevoli affreschi
la Tribuna del Santuario di Maria SS. Del Ruscello.
La chiesa possiede
ancora altre pitture su tela, che per la mancanza di spazio sono state
portate nell’Oratorio della Ven. Confraternita del SS.mo Rosario. In
una di esse, sono raffigurate le immagini di Maria SS.ma Addolorata
col Cristo morto, della Maddalena, di S. Giovanni Evangelista, di S.
Giovanni Battista e di S. Girolamo. E’ una copia di un originale
seicentesco eseguita discretamente bene nel secolo XVII.
In un’altra tela è
raffigurata la S. Famiglia e si ritrova in cattivo stato. In essa vi è
anche l’immagine di S. Rocco che ha i tratti di un donatore. Questo
lavoro è stato eseguito verso la fine del cinquecento.
Nella terza tela
vi è raffigurata la Pietà con S. Ambrogio e S. Maria Maddalena. E’
opera del XVI secolo.
Il battistero che
come si è detto da principio, fu costruito nel 1450, è di peperino.
Sulla sua larga base a forma triangolare s’eleva svelto il pilastrino
adorno di rilievi vari. Lo racchiude un artistico e grazioso
cancelletto di ferro battuto, adorno di gigli e della figura di S.
Vittore. E’ della stessa epoca del Battistero.
La chiesa infine
possiede un ricco reliquiario a forma di urna, ove si vede una testa
d’argento balzato, ricoperto d’elmo dorato. Nella visiera dell’elmo
c’è scritto: Ex dono Iohannis Ianni 1752.
L’urna
settecentesca è di legno dorato, con teste di Cherubini e con volute
ricchissime. Porta l’arma della famiglia Floridi.
Il Battistero, con
il suo cancelletto, l’urna e tutte le pitture sopra descritte, come il
soffitto della chiesa, sono stati elencati, per la dovuta
conservazione, dalla Soprintendenza alle Gallerie ed alle opere d’arte
mediovali e moderne del Lazio.
Nel chiudere
queste brevissime notizie, si crede opportuno ricordare, che il popolo
di Vallerano, fin da tempo immemorabile, nutre una speciale devozione
verso il suo Patrono, di questo giovane soldato della Cilicia, che
conseguì la palma del martirio sotto l’imperatore Marco Aurelio
Antonino.
Undici furono i
martirî, che gli vennero inflitti dall’empio Sebastiano, governatore
dell’Egitto e della Siria. Da principio gli furono slogate tutte le
dita delle mani, indi per tre giorni continui, fu chiuso entro fornace
ardente, donde ne uscì incolume fiorente di più balda giovinezza. Per
due volte gli fu dato a mangiare del cibo contenente potentissiomo
veleno, senza che ne risentisse danno alcuno, ciò che indusse il Mago,
che quei veleni aveva preparati, ad abbandonare la sua diabolica arte,
bruciando tutti i libri di magia, ed abbracciare la Religione di
Cristo.
Ma questi non
furono che l’inizio dei tormenti che il crudele Sebastiano, teneva
riservati per il giovane soldato.
Dopo aver tentato
di nuovo, ma inutilmente, a persuadere Vittore a rinunziare alla fede
di Cristo, bruciando l’incenso alle divinità pagane, ordinò che gli
fossero tagliati tutti i nervi, e che sospeso sull’eculeo, sopra le
sue nude carni fosse versato olio bollente, e gli venissero bruciate
con ardentissime faci.
Ma tali tormenti,
anziché scuotere ed indebolire la fede del martire, altro non facevano
che irrobustirla, ciò che maggiormente irritava l’iniquo tiranno, il
quale ordinò ai suoi degni satelliti, di far colare entro la gola di
Vittore calce viva sciolta nell’aceto, e che con acutissime spine gli
fossero accecati e quindi cavati gli occhi. Ma Sebastiano, visto che
tante sevizie non erano capaci di indurre il seguace del Divin
Nazareno alla rinuncia della sua fede, non potendolo sopportare più a
lungo, ricorse ad altri più atroci tormenti. Ordinò che venisse
sospeso dall’alto con il capo all’ingiù, e così restasse per tre
giorni continui, sperando che in tale situazione restasse soffocato
dall’afflusso del sangue. Trascorsi i tre giorni, i soldati che
andarono a vederlo nella certezza di trovarlo morto, appena giunti sul
luogo del supplizio, restarono ciechi, e solo potettero riacquistare
la vista, dopo che il S. Martire ebbe innalzato a Dio una fervida
prece.
Sempre più
inferocito Sebastiano di fronte ai meravigliosi prodigi che
accompagnavano i tormenti ch’egli infliggeva al Martire, ordinò che
venisse scorticato e che se avesse resistito anche a tale tormento, lo
si decapitasse. E con questo ultimo martirio, cioè con la
decapitazione, l'eroico martire, dopo aver predette varie cose al
popolo presente, appena ventenne, chiuse la sua vita terrena coì piena
di fede e d’invitta costanza.
Dell’Inclito suo
patrono, Vallerano possiede l’insigne reliquia d’un dito, donatagli da
Otricoli, che ha la bella sorte di conservare il corpo del S. Martire.
La reliquia che Vallerano domandava da tanto tempo, ma sempre invano,
gli venne finalmente donata il 6 giugno 1606, in occasione di un
pellegrinaggio che Otricoli fece alla Madonna SS.ma del Ruscello, la
quale appena due anni innanzi, aveva operato il noto e strepitoso
miracolo, che diede origine al magnifico e splendido Santuario, così
ricco di pregievolissime opere d’arte.
La festa del Santo
cade il giorno 14 maggio. Sino al 1920, la così detta festa popolare,
ricca sempre di numerosi divertimenti, aveva luogo nella 3^ domenica
di detto mese. Dal 1921, da quando cioè la chiesa fu restaurata, per
le mutate condizioni di tempi, e per altre varie considerazioni, non
ultima quella d’indole finanziaria, in quanto che nel mese di Maggio
più sensibile si rende il disagio economico, la festa si celebra entro
la prima decade di Settembre, con un’affluenza straordinaria di
forestieri, provenienti dai numerosissimi paesi della provincia di
Viterbo.
Vallerano ha
sempre solennizzato la festa del suo Santo patrono. A tale scopo fin
da prima del 1571 fu eretta una Compagnia, con il nome di S. Vittore
M.
Numerosissimi
erano gli appartenenti ad essa. Ogni Confratello si obbligava a dare
al momento della raccolta un quartuccio di grano. Alla vigilia della
festa, sia a pranzo che a cena, ogni Confratello riceveva tre belle
pagnotte, una minestra ed una porzione di pesce. Così nel giorno della
festa e al mattino del giorno successivo. In detti due giorni però,
invece del pesce si passava una porzione di carne.
Le refezioni, o
meglio Pacchie come essi chiamavano, avevano luogo nella
stanza posta sopra il palazzo del Podestà, situato nella Parrocchia di
S. Andrea Apostolo, che dicevasi donato dalla munificenza dei Duchi di
Farnese.
La Compagnia nel
dì della festa aveva l’obbligo di mandare una pagnotta, pesce e carne
a tutti i Sacerdoti, Chierici, al Podestà, ai Priori e a tutti gli
Ufficiali della Comunità. Da qui l’origine della distribuzione del
pane sopra ricordata.
Durante la festa
avevano luogo solenni funzioni religiose. I divertimenti popolari
consistevano in corse, lotte, ecc.
Vi era anche un
po’ di musica eseguita dai così detti Biferari, che
ricevevano un compenso di scudi 3. Come si vede a quei tempi, la
musica era molto a buon mercato!
Nel 1779 il
Vescovo Diocesano Mons. Francesco Maria Forlani, avendo notato che la
Compagnia era poco frequentata dai Confratelli, molti dei quali non
davano più la dovuta elemosina, e che la così dette Pacchie,
davano spesso luogo a degl’inconvenienti, con decreto del 30 Settembre
di detto anno, soppresse la Compagnia, insieme ad altre due,
dell’Assunta e di S. Sebastiano, ordinando che con le loro rendite si
fondasse un’Opera Pia a vantaggio dei poveri, col dare a ciascuno di
essi, nel giorno della festa del S. Patrono, una elemosina.
La soppressione di
dette Compagnie, i cui beni nel 1783 furono incorporati a quelli della
Ven. Conf. del SS.mo Sacramento, diede origine all’erezione
dell’attuale ospedale. Infatti la Conf. del SS.mo Sacramento, che
manteneva già un’ospizio dei poveri pellegrini, chiamato di S. Lucia,
il di cui fabbricato trovavasi in contrada il Poggiolo, demolito nel
1920 pr la correzione della strada provinciale
Vallerano-Canepina-Viterbo, dopo qualche anno dacché era andata in
possesso dell’anzidette rendite, pensò bene di sopprimere l’ospizio ed
aprire un ospedale per i poveri infermi, ciò che fece nel 1788
usufruendo dei locali della vecchia Chiesa Camerale di S. Andrea Ap.,
locali che ebbe in enfiteusi dalla R. Camera Apostolica, per l’annuo
canone di scudi uno.
Nel 1811 la Confr.
credette opportuno separare la sua amministrazione da quella
dell’ospedale, assegnando a questo la metà di tutti i suoi beni. Da
quell’epoca l’ospedale ebbe la sua piena autonomia. Fin dall’origine
fu sempre chiamato Ospedale di S. Lucia, oggi si chiama col nome di
<<Augusto Ricciardi>>, per aver questi lasciato alla Congragazione di
Carità il suo vistoso patrimonio.
Soppressa la
Compagnia, Vallerano proseguì ed in modo sempre più solenne a
festeggiare la ricorrenza del Santo Patrono, allargando la
distribuzione del pane a tutte quante le famiglie.
Una deputazione
composta di 10 capi famiglia, che ogni anno si estrae a sorte nella
Chiesa del Patrono dopo la celebrazione della Messa solenne, assume
l’incarico di raccogliere tra i fedeli le elemosine sia in natura che
in denaro.
La spesa per il
pane, è il primo articolo della parte passiva del Bilancio della
festa. Una sua eventuale soppressione, o anche semplice riduzione,
segnerebbe una sensibile diminuzione delle elemosine da parte dei
fedeli i quali, e non a torto, tengono molto a mangiare durante la
festa del Patrono, il pane benedetto, comunemente chiamato
<<Pane di S. Vittore>>.
Per maggiori info:http://www.parrocchiavallerano.com
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